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M’assettu e pensu: “Un giorno in pretura. La dimestichezza”

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La Pretura! Un luogo – fisico e metafisico – nel quale si registravano scene esilaranti (probabilmente perché i protagonisti non togati percepivano un minore formalismo, muovendosi in un clima pressoché conviviale) ed al quale sono legati i miei più bei ricordi dacché esercito la professione forense. Non voglio tediarvi coi preamboli, perciò statemi a sentire.
Il fatto: un ordinario pomeriggio nella piazza principale di un paesino viciniore. Le panchine sotto gli alberi di fronte al sagrato della Matrice gremite di anziani, alcuni dei quali tediosamente appoggiati al bastone; i tre tavoli costituenti il rudimentale dehor del Bar dell’Amicizia che traballavano ogni qualvolta uno scatto d’impeto veniva accompagnato da un urlo che riecheggiava nei vicoli del borgo: “Scupa”!
Poi qualcosa non andò per il verso giusto: un alterco, ben presto elevatosi a baruffa; forse qualcuno aveva barato. La baruffa degenerò ed uno dei contendenti caccio’ fuori la pistola che portava sempre con se’, puntandola sulla fronte del presunto baro e profferendo il classico “vidi ca t’ammazzu”!
La denuncia sporta dal minacciato fece in modo che la piazza del paesino si trasferisse per un giorno presso la Pretura di Agrigento.
Le testimonianze rese dai vari soggetti citati a comparire si rivelarono noiose, scontate, prevedibili ma soprattutto defatigatorie: molti (ma non tutti!) assistettero all’alterco; qualcuno intuì che il denunziante aveva barato; ma nessuno vide una pistola ne’ senti’ profferire minacce. Il Pretore, sveglio e scaltro giovane calabrese, avendo abbondantemente intuito, si spazientì. Comincio’ pertanto ad incalzare l’ultimo dei testimoni con una sfilza di domande: “Lei conferma di non aver visto l’imputato tirar fuori una pistola? Debbo prima ricordarle che la falsa testimonianza è un grave reato, punito severamente”! Il teste rispose con un laconico “si”. “Che rapporti ha con l’imputato?” “Signor Giudice, semu paisani; nni videmu mmezzu la chiazza”. “Si, capisco; ma voglio sapere se siete amici, da quanto tempo vi conoscete”. “Signor Giudice, paisani semu, e semu trimila abitanti cu tutti li crapi”. “Si, anche questo mi è chiaro. Ma io voglio sapere se tra Lei e l’imputato c’è una particolare dimestichezza”.
Fu un lampo, una luce. Stavolta a spazientirsi fu il teste, che lapidario rispose: “ma veramente, Signor Giudice…..cu cci l’ha ficcatu ‘nculu ma’?