Centro di gravitá permanente

Se la Politica è un’arte (Paul Valery la definì “l’arte d’impedire alla gente di occuparsi degli affari che la riguardano”; ma era quasi più dissacratore di me), uno dei suoi incontrastati maestri è senza dubbio Giulio Andreotti il quale, in un aforisma molto noto, riassumette l’essenza della stessa: “in politica (amava dire), a volte non si dice ciò che si pensa, ma spesso non si pensa ciò che si dice”.
Ecco, io sono l’esatto contrario; e lo sono geneticamente. Non capisco quindi per quale ragione, essendo “in politica”, dovrei sdoppiare la mia personalità ed agire secondo questo seguitissimo cliché.
Certo, sono innanzitutto un uomo di Legge ed ho un devoto rispetto per le Istituzioni. Ma per provare a scardinare il sistema, a mio avviso, non è necessario – anzi, è vacuamente sprezzante – né lontanamente sufficiente indossare in Aula un dolcevita a fronte della rituale cravatta; abbandonare (ammesso che lo si sia mai avuto) un eloquio garbato, equilibrato e rispettoso o, peggio ancora, dispensare a destra ed a manca una carrettata di vaffanculo (alla quale comunque va riconosciuta un’indubbia e catartica efficacia: sono pressocchè certo del fatto che un buon 80% di coloro i quali hanno messo la croce sulle cinque stelle, lo abbiano fatto sullo sfondo di un labiale, solenne e perentorio vaffa).
Nella mia seppur breve esperienza politica, ho già abbondantemente sperimentato cosa significhi parlamentare: discutere, dibattere, confrontarsi, anche aspramente, ma sempre con garbo ed ossequioso rispetto per le Istituzioni (a scanso di equivoci, questo lo ricordo a tutti quelli che vengono ad assistere ai lavori consiliari con lo spirito e l’atteggiamento di colui il quale onora una porcilaia della sua visita, timoroso degli schizzi di fango che potrebbero deturparne il candore); sempre tenendo a mente che anche il soggetto ideologicamente più lontano da te, è figlio della tua stessa legittimazione, dell’applicazione delle stesse regole (che possono piacere o no; ma di certo non si cambiano a colpi di vaffa). Il tutto, finalizzato ad assumere una decisione in nome, per conto e nel primario ed esclusivo interesse della collettività. Tante volte mi è capitato di entrare in aula accompagnato da un mio convincimento e di aver alla fine – dopo il dibattito ed il confronto – “cambiato idea sulle cose, sulla gente”…..
Insomma, quel centro di gravità permanente io non l’ho mai cercato né – grazie a Dio – trovato, neppure per caso. Quel centro di gravità permanente è per me sinonimo di una rigidità mentale, intellettuale e culturale che non mi appartiene e dalla quale anzi rifuggo: se il tuo maggiore anelito è “non cambiare mai idea sulle cose, sulla gente”, per me vuol dire che il tuo cervello è refrattario alle aperture, per di più nella presunzione che sia sufficientemente pieno di saccenza e saggezze.
Le troie in Parlamento? A me onestamente, al di là dell’eloquio da taverna all’interno di un tempio della democrazia, ha dato fastidio ben altro. In fondo, se avesse detto di aborrire un sistema elettorale che privi i cittadini del sacrosanto diritto di scegliere il loro deputato, demandando invece la selezione della classe dirigente ai capibastone; se avesse anche lui ricordato (ma ormai è cosa trita e ritrita) che uno schieramento politico in particolare ha approfittato di quel balordo sistema onde consentire l’ingresso in Parlamento di uno stuolo di ossequiosi lacchè, yesmen, nani e ballerine, avrebbe riscosso un tiepido applauso. E se poi avesse aggiunto che, avendo egli accolto di buon grado l’invito ad entrare nell’agone politico, coglieva l’occasione per rivolgere un appello a tutti i deputati della sua area, affinchè si prodigassero a presentare nel più breve tempo possibile un disegno di legge volto a reintrodurre le preferenze, onde arginare la barbarie della cooptazione, sarebbe stato sommerso da un tripudio. Ed invece? Solo una spruzzata di linguaggio da trivio, nel vano tentativo di nobilitarlo in ragione del suo rango. Dopodichè, preso atto del putiferio scatenato, si è limitato a fornire qualche giustificazione, degna del miglior bambino beccato con le mani nella marmellata.
Ma la cosa più grave è che questa indimenticabile lezione di moralità e rivendicazione di superiorità ci è giunta da chi, per ben quattro mesi, ha percepito la lauta indennità assessoriale, avendo in cambio prodotto quella che Cetto Laqualunque definirebbe “una beneamata minchia”!
E siccome io non posso minimamente competere con cotanta nobiltà di rango, potendo invece aspirare a diventare il Cetto Laqualunque de noartri, ti dico: sulle troie in Parlamento siamo d’accordo; ma tu……va’ fa’ ‘nto culu!