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La fede nel dolore: l’esempio di Serena Chiarello

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Ci sono testimonianze che non fanno rumore, ma lasciano un’eco profonda nel cuore di chi le ascolta. Storie brevi, segnate dal dolore, che tuttavia brillano di una luce capace di attraversare il tempo. È il caso di Serena Chiarello, una bambina di Sciacca che, nella fragilità della malattia, ha mostrato una forza spirituale sorprendente, diventando per molti un richiamo silenzioso ma potente alla fede e all’abbandono in Dio.

Di lei ci parla Don Luca Restivo che ci accompagna dentro il mistero semplice e luminoso della sua vita: un cammino breve, ma intenso, dove la sofferenza si è intrecciata con la gioia, la preghiera e un amore profondo per l’Eucaristia. Una storia che continua ancora oggi a parlare al cuore di tanti.

Chi era Serena?

“Serena era una bambina come tante, nata il 4 novembre 1986 a Sciacca, ma con una profondità spirituale sorprendente. Fin da piccola mostrava un carattere altruista, pacifico, vitale, allegro. Era docile, affabile, socievole. Amava lo studio e, nonostante le frequenti assenze dovute alla malattia, recuperava con impegno. Aveva uno sguardo luminoso e una maturità non comune, capace di dialogare anche con gli adulti con una naturalezza disarmante”.

Quando si manifesta la malattia?

“I primi sintomi compaiono durante l’ultimo anno della scuola dell’infanzia. All’inizio i dolori alle gambe sembrano piccoli capricci, ma presto si aggravano: vertigini, inappetenza, spossatezza, fino alla visione doppia. Una visita oculistica rivela la paralisi della pupilla sinistra. Gli accertamenti successivi portano a una diagnosi drammatica: un grave tumore al cervello. Serena affronta un intervento delicato, poi chemioterapia e radioterapia. Purtroppo, arriva una ricaduta e si comprende che non c’è più possibilità di guarigione.”

In questo percorso così duro, che ruolo ha avuto la fede?

“Centrale. I colleghi del papà le regalarono un pellegrinaggio a Lourdes. I genitori decisero di affidarla alla Vergine. Lì, su suggerimento di suor Clotilde Castellano, Serena ricevette la Prima Comunione nella Grotta. L’Eucaristia per lei era forza pura: dopo averla ricevuta, il suo sorriso diventava ancora più luminoso. Disegnava Gesù, la Madonna, i santi; raccontava di vedere Gesù, talvolta la Madonna e anche Sant’Antonio da Padova”.

Colpisce molto un particolare: Serena chiedeva di non pregare per la sua guarigione…

“Sì, è uno degli aspetti più toccanti. Quando i genitori pregavano per la sua guarigione, lei rimproverava dolcemente il papà: chiedeva di pregare per chi aveva più bisogno. È una maturità spirituale altissima, soprattutto per una bambina”.

Ci sono stati incontri significativi nel suo cammino?

“Certamente. Uno molto intenso con Matteo La Grua, che disse parole profetiche: «Questa bambina rimarrà ancora in vita per il tempo che servirà al Signore per convertire tante anime». E così è stato. Anche Modestino da San Giovanni Rotondo rispose ai genitori invitandoli non a pregare per la guarigione, ma perché si compisse la volontà di Dio. Parole forti, ma profondamente evangeliche”.

Come viveva la sofferenza quotidiana?

“Senza lamentarsi. Conservava il sorriso, una pace interiore straordinaria. Offriva tutto a Gesù. Nel giorno della festa del Sacro Cuore, pur non riuscendo più a parlare, indicò l’immagine del Sacro Cuore con uno sguardo estasiato e sorridente. È un’immagine che dice più di mille parole”.

Quando si conclude la sua vita terrena?

“Il 17 giugno 1994 Serena torna al Padre. Ma la sua presenza non si è spenta: tante testimonianze raccontano sogni, consolazioni, grazie interiori ricevute per sua intercessione. Molti si sono riavvicinati a Dio grazie alla sua storia”.

Perché oggi è importante raccontare Serena?

“Perché ci ricorda che la santità non ha età. La sua vicenda è stata al centro del convegno “Bambini santi: quando la santità non ha età”, promosso dalla comunità parrocchiale del Carmine, dove Serena fu battezzata e accompagnata nell’ultimo saluto. La sua vita dimostra che la santità si gioca nelle piccole cose: in una carezza data nel dolore, in una sofferenza offerta, in un sorriso che consola”.

In una frase, che cosa ci lascia Serena?

“Il profumo della santità. La testimonianza che anche una vita breve può essere piena, luminosa, capace di parlare al cuore di tanti e di indicare, con semplicità, la strada verso Dio”.

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