Ignazio Cutrò e Daniele Ventura: “lo Stato aiuti chi denuncia il pizzo”

Due storie parallele, vissute a qualche centinaio di chilometri di distanza l’una dall’altra. Contesti completamente diversi, ma esperienze identiche e con lo stesso “triste” finale.
Stiamo parlando di Ignazio Cutrò e Daniele Ventura.
Il primo, imprenditore edile di Bivona. Il secondo, proprietario di un bar a Palermo.
Li accomuna il coraggio di aver denunciato il “pizzo” ed il destino al quale sono stati letteralmente “abbandonati” dalla gente, dallo Stato e dalle Istituzioni.
Cutrò e Ventura sono stati ad Agrigento, lo scorso 3 agosto, per presentare, nell’ambito della rassegna “Autori in Girgenti Estate 2018, organizzata da Alessandro Accurso Tagano, coordinatore del Sil Sicilia, i loro libri (“Abbiamo vinto Noi”, e “Cosa nostra non è cosa mia”) nei quali parlano della loro vita, di come si siano trovati ad affrontare la mafia e di come la vita sia letteralmente cambiata, in peggio, dopo la denuncia.

Ignazio Cutrò ha dovuto chiudere la sua azienda. Finché ha avuto la possibilità economica di riparare i mezzi bruciati dai mafiosi, è andato avanti. Poi le difficoltà economiche dovute alla mancanza di commesse, all’impossibilità di accedere al credito, alla necessità di pagare contributi e tasse, hanno fatto il resto.

“Ciò che mi fa più male – ha spiegato Cutrò alzandosi in piedi – è il non trovarmi accanto la gente comune. Oggi vedo in questa piazza diverse sedie vuote. E’ questo che mi spaventa di più, non la mafia.
Da quando ho denunciato le estorsioni, in paese tutti mi hanno voltato le spalle. I miei figli hanno avuto grandissime difficoltà per studiare finché hanno dovuto abbandonare l’università. Nessuno vuole assumerli perché sono miei figli. Nonostante tutto ho chiesto di restare nel mio paese. Nel frattempo è stata tolta la scorta anche alla mia famiglia perché “per oltre un anno non ho subito minacce”. E’ una cosa assurda, ci sono intercettazioni nelle quali si parla di me e c’è gente che aspettava soltanto questo momento. Adesso volevano assegnarla soltanto a me e non ai miei familiari: l’ho rifiutata. Mi dispiace doverlo affermare ma la burocrazia e le istituzioni non aiutano chi ha il coraggio di denunciare. Ho paura, da diverse notti non dormo, eppure lo rifarei altre mille volte.”

Daniele Ventura aveva un grande sogno, che è durato soltanto tre giorni: “Volevo aprire un bar nel quartiere di Borgo Vecchio, a Palermo. Ho chiesto tutte le autorizzazioni necessarie, ho acquistato i macchinari, gli arredi. Avevo preso diversi contatti con scuole e altre strutture per fornire un servizio di catering. Ma dopo soltanto tre giorni, qualcuno ha bussato alla vetrina del mio locale e mi ha chiesto di uscire. Mi hanno chiesto il pizzo, se non avessi pagato mi avrebbero reso la vita impossibile. Hanno persino intimidito un mio parente che aveva un negozio poco distante. Ho pagato ma ho subito denunciato alla DDA l’accaduto ma anche per me la burocrazia è stata devastante. Mi hanno rubato tutto, ho dovuto chiudere l’attività sommerso dai debiti, nessuno veniva più nel mio bar. Purtroppo lo Stato non aiuta chi denuncia. I debiti con l’Erario non vengono bloccati, anzi, si moltiplicano e ti portano al fallimento. E tu resti solo. Ma se non avessi denunciato, non avrei più avuto il coraggio di guardare mio figlio in faccia”.

In prima fila anche Vincenzo De Marco con sua moglie e uno dei suoi figli. De Marco è un imprenditore nel campo delle onoranze funebri di Camastra. Nel 2012 denunciò i suoi estorsori perché gli chiedevano la metà dell’«incasso» per ogni servizio svolto. Si ribellò e venne minacciato.
“Oggi lavoro molto poco. I miei estorsori hanno aperto un’impresa di pompe funebri per farmi concorrenza e mi hanno portato sul lastrico. Sono stati arrestati ma mentre loro sono in carcere, ed il processo a loro carico è in corso, l’azienda è gestita dalle mogli”.