“Il Mostro”: intervista al regista Salvatore Di Salvo

Interessante iniziativa presso il Teatro della Posta Vecchia di Agrigento, sito in Salita Giambertoni n.13, dove sabato 24 marzo, alle ore 20.30, e domenica 25 marzo, alle ore 17,30, il laboratorio di recitazione, dizione ed espressione corporea dell’Associazione Culturale TeatrAnima, “TeatrAnimaLab”, porterà in scena lo spettacolo “Il Mostro”, studio teatrale dal testo “Ferite a morte” di Serena Dandini, pubblicato da Rizzoli nel 2013, sul tema del femminicidio trattato in modo originale e toccante. bet365 Come evidenzia nella prefazione, la Dandini ha voluto rendere visibile tutte quelle storie di donne che hanno pagato con la vita il fatto stesso di essere donne e fa esprimere le loro anime per raccontare la versione dei fatti, le umiliazioni e le sofferenze patite. Da questo assunto l’Associazione TeatrAnima fa rivivere in rappresentazioni icastiche, folgoranti e dolenti, a volte amare ed ironiche, gli attimi fatali della loro vita e il loro fardello di dolore.

Lo spettacolo, introdotto dalla Dott.ssa Paola Caruso, sarà interpretato dagli attori Ida Agnello, Rita Balistreri, Giulia Castro, Antonella Danile, Alessia Di Santo, Zaira Picone, Consilia Quaranta, Giusi Urso, Claudia Frenda, Federica Piazza, Celsa Vetro, Giacomo Tortorici e Massimiliano Vassallo.

Abbiamo avuto modo di incontrare il regista Salvatore di Salvo il quale ci ha concesso la seguente intervista:

La violenza di genere non è un problema solo al femminile e mai come oggi si impone una maggiore responsabilizzazione della società che coinvolga entrambi i sessi. Nella doppia veste di regista e di uomo quali motivazioni l’hanno spinta ad occuparsi della violenza contro le donne?

La violenza contro le donne, considerata violazione dei diritti umani soltanto alla fine degli anni ’90, è definita anche “violenza di genere”, proprio per il fatto che le vittime sono donne: mogli, ex mogli, sorelle, figlie, fidanzate, ex fidanzate che, come sottolinea la Dandini nella prefazione del suo saggio “non sono state ai patti, che sono uscite dal solco delle regole assegnate dalla società e questa disubbidienza è stata fatale”. Il femminicidio è infatti una delle più gravi manifestazioni della disparità tra uomo e donna che ha profonde radici storiche e culturali. Prova ne sia il fatto che non è mai un fatto improvviso od occasionale. Spesso è solo il culmine, lungamente meditato, di un percorso di violenza (fisica, psicologica, sessuale, economica) operato da un uomo ai danni di una donna, in quanto considerata inferiore e pertanto obbligata all’ubbidienza ed alla sottomissione.

Come regista, mi sono chiesto quanto di questa cultura sessista e maschilista, fosse ancora presente nell’educazione sentimentale e nella formazione culturale degli uomini (basti pensare in tal senso che in Italia il “delitto d’onore” è stato abolito solo nel 1981) e come “denunciarla” attraverso una piéce teatrale. Come uomo ho sentito, da una parte, l’esigenza di chiedere scusa alle donne e di dar loro un forte segnale, affinché attraverso la rappresentazione teatrale possano rendersi conto se stanno sottovalutando segnali provenienti da un rapporto sentimentale potenzialmente pericoloso e dall’altra sottolineare, senza che ciò voglia essere una giustificazione, che “la violenza maschile sfocia da forme di disagio e fragilità più che da espressioni di pura forza” come sottolinea la D.ssa Pola Caruso, psicoterapeuta (con la quale mi sono lungamente interfacciato) che introdurrà la piéce al Teatro della Posta Vecchia.

Perché la sua scelta è caduta su un testo di Serena Dandini?

Come scrive la stessa Serena Dandini nella prefazione di “Ferite a Morte” , “Tutto nasce dal desiderio di raccontare in un modo diverso le esistenze delle donne vittime di femminicidio (…) a questo azzardo è ispirata la scrittura di Ferite a morte, monologhi che nascono dalla voce diretta delle vittime.” La lettura del saggio, la sua formula di racconti reali in forma di ipotetici monologhi delle vittime, il linguaggio semplice ed immediato (lungi da una qualsiasi pretesa meramente letteraria), mi hanno immediatamente trasmesso il desiderio di portare in scena otto storie (delle 36 raccontate nel saggio), in quanto emblematiche: sono otto donne, di estrazione sociale e culturale diverse che, per altrettanti diverse motivazioni, si ritrovano tuttavia accomunate dallo stesso destino di vittima innocente. Lo specchiarsi dei racconti, determinerà nelle protagoniste la presa di coscienza delle proprie fragilità, delle proprie insicurezze ma anche dell’unico loro errore: l’aver sottovalutato segnali inequivocabili provenienti da un amore malato,quell’amore che prima le ha sedotte, poi imprigionate ed infine uccise.

Crede che il teatro sia uno strumento idoneo per la sensibilizzazione verso i problemi sociali?

Basterebbe in tal senso ripensare e ritornare alla funzione che il teatro rivestiva presso gli antichi Greci, soprattutto con la Tragedia: I Greci consideravano il teatro non come “evasione dalla quotidianità”, ma come un luogo dove la “polis” si riuniva per celebrare le antiche storie del mito, patrimonio comune della cittadinanza. Il teatro era per i greci uno spettacolo di massa, molto sentito e vissuto da parte dei cittadini di ogni classe sociale e condizione economica: esso era infatti un rituale di grande rilevanza religiosa e sociale, considerato uno strumento di educazione nell’interesse della comunità. Aristotele a questo proposito, nella sua Poetica, formula il concetto di “catarsi” secondo cui la tragedia pone di fronte agli uomini gli impulsi passionali e irrazionali che si trovano, più o meno inconsciamente, nell’animo umano, permettendo agli individui di sfogarli innocuamente, in una sorta di esorcizzazione di massa. Ben diverso da quello che avviene oggi nei talk show quotidiani, come sottolinea la Dott.ssa Caruso, dove invece “frequentemente si mette inscena una spettacolarizzazione della violenza in cui carnefice e vittima, spesso loro malgrado, sono utilizzati a scopo di mero esibizionismo senza favorire una informazione che possa ampliare gli orizzonti culturali e il pensiero critico di chi ascolta”. In tal senso la Dandini afferma:

“Il mio libro“Ferite a morte” vuole dare voce a chi ha parlato poco o è stata poco ascoltata nella sua vita, con la speranza di infondere coraggio a chi può ancora fare in tempo a salvarsi denunciando i suoi persecutori”.

In particolare cosa si aspetta da questo evento?

Spero possa diventare un momento di riflessione e di collaborazione tra tante intelligenze e sensibilità operanti nel territorio. Abbiamo interessato in tal senso, invitandole a sostenerci con la loro presenza, numerose associazioni: Amnesty Internazional, Associazione Luce ONLUS, Associazione Culturale Koiné, Associazione Kore ONLUS, Associazione Spazio Reverie, Centro “ad majora”, Centro Antiviolenza e Antistalking “Telefono Aiuto”, Centro Italiano Femminile, Ciak Donna, Rotary International, Soroptimist International. Spero possano nascere ulteriori iniziative, ulteriori collaborazioni tra TeatrAnima ed altre realtà che più si interessano specificatamente del problema, soprattutto iniziative volte a colmare sempre più il divario tra i generi ed a promuovere la cultura del rispetto in ogni ambito sociale, quali la famiglia ed luoghi di lavoro, magari cominciando dalla scuola, dove sono in preoccupante aumento i fenomeni bullismo e di prevaricazione a danno di soggetti ritenuti “più deboli” e pertanto da non rispettare e spesso da annientare senza alcuna pietà.