“Punta Bianca”: il mare della speranza nell’ultimo libro di Lorenzo Rosso

Il destino si compie ineluttabilmente nonostante l’arbitrarietà individuale che porta a fuggire verso la ricerca del tempo, del luogo e dell’ambiente dove si incarnano i desideri dell’anima. “Punta Bianca”, l’ultima produzione letteraria di Lorenzo Rosso (Ecumenica Editrice), è una vicenda legata all’uomo e alla libertà che si consuma nel mare e attraverso il mare. Spesso i flutti sono entità le cui increspature incarnano i pensieri che ci adombrano, le cose che non condividiamo e le nostre malinconie ma anche gli errori commessi e l’inconsistenza delle nostre scelte.

Allargando lo sguardo verso l’orizzonte emerge l’immensità della distesa azzurra che pare stagliarsi infinita e che sembra abbracciare il cielo, il futuro e ciò che ancora ci aspetta ma che, prima di ogni cosa, ci fa sentire liberi come se nessuno potesse fermarci.

Protagonista del romanzo è un uomo che vive in solitudine un’esistenza nell’attesa passiva di dover diventare qualcosa, qualcuno, per poi sottostare al gioco del riconoscimento, del giudizio e dell’accettazione. I suoi equilibri mutano completamente dal momento in cui scorge un’imbarcazione che nella notte si è incagliata tra le marne bianche della scogliera a seguito di una forte mareggiata, una barca che sicuramente era stata usata da qualcuno per attraversare il Mediterraneo alla ricerca di un futuro migliore. L’evento lo induce a cercare di realizzare il sogno di sempre: quello di attraversare il mare e di raggiungere il continente africano per ricominciare a vivere una vita in libertà.

“Alla mia età avrei forse dovuto smettere di campare alla giornata – riflette  l’uomo – e di occupare il tempo sognando di andare in barca a vela. Forse dovevo cercarmi un’occupazione normale, in qualche ufficio con stipendio fisso e tredicesima mensilità, cosa che nella vita non avevo mai voluto accettare. Il mio era uno spirito libero e faticavo a capire gli altri, quelli che, pallidi e ingialliti, si ritrovavano ogni mattina infognati in qualche ufficio, senza più sogni e con la malattia della noia addosso”.

Gli ingredienti della storia sono vari ma in primo piano emerge il genuino rapporto tra il mare e la stessa natura umana che sembra seguire una trama logica perché aiuta il personaggio a conoscersi meglio e a guardare la propria interiorità così come solo si può fare in perfetta solitudine sul mare.

Scorrendo le pagine, tra le righe, Lorenzo Rosso ha la capacità di farci vivere la storia “dal di dentro” facendoci percepire la spazialità e la temporalità della vicenda narrata, densa di impressioni, pronta a dispiegare davanti ai lettori-viaggiatori irrequieti un’incredibile avventura. Di fronte al mare la libertà pare un’idea semplice che tuttavia richiede molto coraggio poiché é difficile essere qualcosa di diverso da ciò cui siamo abituati ad essere, tanto difficile da convivere passivamente con tormenti e sofferenze indicibili, senza battere ciglio e, soprattutto, senza chiederci quale ne sia la causa o la ragione.

“ Il mare è un antico idioma che non riesco a decifrare” sosteneva  giustamente Jorge Luis Borges ed in esso non sempre si avverte quell’immenso e piacevole senso di pace, libertà ed armonia che gli si tributa.

Il mare può anche essere nero, cupo, tempestoso e mortale. In tutte le sue sfaccettature, serico o inquietante, il mare è comunque sinonimo di libertà ed accomuna scrittori, poeti, avventurieri e visionari.  Per Virgilio, il mare è un mostro dalla fauci spalancate, popolato a sua volta da migliaia di mostri. Ne “La tempesta” di Shakespeare,  una nave carica di nobili é destinata a soccombere alla furia del mare ed ancora  Edgar Allan Poe nelle Avventure di Gordon Pym seppellisce cadaveri nel Mediterraneo così come Alessandro Leogrande ne “ Il naufragio” narra  la cronaca della carretta albanese colata a picco nel Canale di Otranto. Invero il mare può possedere una forza incommensurabile e una collera smodata come si desume dalle recenti vicende di cronaca, poco letterarie e troppo vere.

Tuttavia, tornando alla letteratura, il vero marinaio – scrive Conrad  ne “La Linea d’ombra”   – abbandona persino la moglie per consumare una relazione ben più pericolosa con la sua nave. Si può quindi concludere che l’uomo, che ama il mare quanto ama la vita, é il depositario del coraggio, dell’onestà, dell’ostinazione solo per una giusta causa ideale. “Un uomo è completamente libero – sostiene il protagonista di “Punta Bianca” – solo quando può decidere, in qualsiasi giorno e in qualsiasi momento della sua vita, di prendere il largo”.

Un viaggio, il suo, senza la paura dell’immensità del mare, quella paura di non farcela che conoscono solo coloro che sognano di partire senza sapere se un giorno potranno fare ritorno.  Il tutto per ricominciare una vita in libertà, per rivivere in nuova luce. Egli sceglie pertanto l’avventura consapevole dell’eventuale costo da pagare, consapevole anche di uscire dal torpore dell’esistenza che lo stava ingoiando in una comoda indolenza e lascia la propria vita e il proprio passato sulle sponde agrigentine.

Come è noto l’essere umano è tuttavia parte di un piano di equilibri cosmici dal quale non può derogare e per esso non esiste determinismo assoluto o libertà assoluta come si evidenzia dall’epilogo del testo dove la poesia del racconto ci pone di fronte ad un destino amaro e quasi burlesco : dopo 70 miglia di perigliosa navigazione notturna l’imbarcazione “Punta bianca”, originariamente “Altabath” (ovvero “Il giusto”) , priva del suo timoniere si fracassa tra gli scogli, sulle sponde della Tunisia, e viene rinvenuta  da Mohamed, pastore di Kelibia, il quale pensa sia per lui l’occasione per prendere il largo, una volta per sempre, e andare dall’altra parte del mare. E così, come afferma Carmen Llera Moravia, la libertà è sempre “altrove”… ed aggiungo “a qualsiasi prezzo”.