Sanità e disabilità: il caso di Rosario Martino

Il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha appena affermato che gli esami diagnostici inutili legati alla medicina difensiva costano all’Italia 13 miliardi di euro l’anno per cui il Ministero sta lavorando a “protocolli stringenti per le direzioni generali affinché evitino gli sprechi a partire dagli esami che si fanno durante la gravidanza”. La politica sanitaria restrittiva operante in tutta Italia sta assumendo un aspetto poco felice che scontenta molte categorie di malati ma, in particolare, non riesce tra l’altro a garantire cure ed assistenza adeguate ai cittadini con disabilità né, tantomeno, riesce a garantire loro un’esistenza dignitosa, l’inclusione nella società ed un’accettabile qualità di vita: in poche parole il rispetto dei diritti umani. In Sicilia le persone con disabilità sono gravemente discriminate, ancora di più rispetto a quelle che vivono in altre regioni d’Italia. Mancano i servizi, i sostegni e le opportunità. Le poche risorse economiche nelle casse pubbliche spesso vengono sprecate o male utilizzate soprattutto se volgiamo l’attenzione alle rilevazioni secondo cui la disabilità è più diffusa nelle Isole e al Sud.

Di sanità in Sicilia purtroppo ne parla spesso chi non conosce la realtà ma le condizioni in cui versa il Welfare siciliano sono gravi e le pesanti ricadute sulle persone con disabilità e sulle loro famiglie nel territorio sono doppiamente discriminanti perché accanto alla causa della disabilità interviene anche il luogo in cui vivono. Attualmente un cittadino con disabilità percepisce una pensione di invalidità civile di 287 euro mensili e usufruisce, altresì, di una diaria di due trance di 263 euro ogni semestre per sopperire alle cure mediche ed acquistare i farmaci indispensabili. Sono somme che non consentono assolutamente a qualsiasi cittadino, a maggior ragione con fragilità di salute, di potere condurre un’esistenza dignitosa.

La nostra attenzione sull’argomento è stata sollecitata da alcune frasi postate su Facebook da Rosario Martino, un cinquantacinquenne siciliano di Bagheria colpito prima da un ictus, poi da un infarto e quindi da una serie di altre patologie e problematiche fisiche che lo hanno ridotto disabile al 100%.

“Amici, è da una settimana che sto davvero male – scrive Rosario sul social network – non mi ero mai sentito così, mi vengono continui collassi, intuisco che qualcosa funziona male per davvero, ma ovviamente non so darmi risposte. Le risposte ad una persona 100% invalida con legge 104 art.3 comma 3, le dovrebbero dare gli ospedali e non le cliniche non particolarmente attrezzate, anche perché un cardiopatico, messo in una clinica dove non c’è la cardiologia, farebbe ridere anche il Burundi. Per 2 ricette su 3 non ho neppure potuto fare la prenotazione perché per le due visite, tra l’altro delicate, non esiste la prenotazione, ed allora mi chiedo perché me le hanno prescritte. Sono amareggiato, disperato, perché so che non posso fare nulla contro il governo regionale che taglia e continua a tagliare. Ovvio che, se dovessi essere la prossima vittima, farò di tutto per convincere il buon Dio a portarmeli davanti e ad aprirgli io, personalmente, le porte dell’inferno per il male che hanno fatto alla Sicilia, ai disabili e a tutti quelli che si potevano salvare e che non si sono potuti salvare. Chi come me usufruisce della legge 104 art. 3 comma 3 è soggetto a continue visite mediche ed è costretto ad aspettare turni per diversi mesi. L’Assessorato regionale nelle sue scelte non ha mai tenuto in considerazione i portatori di handicap grave: nessuna priorità come nessun privilegio nei tikets. Oggi molti disabili non riescono ad espletare le terapie in modo concreto. Per favore condividete nelle bacheche dei vostri amici e dei vostri gruppi, facciamo in modo che giunga a LORO!”.

Ovviamente non si può rimanere indifferenti alle parole di Rosario che, più che il risultato di una rimostranza, sembrano veicolare un grido di aiuto. Ci spiega Rosario che il buono di 263 euro semestrale non è sufficiente a garantire le medicine oggi classificate come medicine da banco (molte sono indispensabili ) e, soprattutto, non basta per curare eventuali malanni come un semplice raffreddore o qualsiasi altra patologia che possa insorgere nel periodo. Alcuni disabili sono spesso costretti a farsi anticipare le medicine dalle farmacie per poi pagarle non appena riscuotono il buono, rimanendo con i debiti e senza prospettiva di potere pagare i farmaci al momento dell’acquisto. Si consideri che, a seconda della gravità della patologia, alcuni soggetti necessitano di continue medicine per curare le piaghe da decubito, di numerose quantità di pannoloni e di sacche mensili che la sanità non fornisce in numero sufficiente, tutti articoli che hanno un certo costo e che non possono rientrare nel badget concesso. Si consideri, altresì, che le patologie nervose (frequenti nella categoria) sono curabili solo a pagamento. Tra l’altro, con la misera pensione di invalidità civile di 287 euro mensili un disabile non può neanche garantirsi un tetto, mangiare, vestirsi e sopperire alle esigenze primarie a meno che non abbia il supporto di una famiglia alle spalle. Una situazione che diventa ancora più grave se analizzata alla luce delle cause di disoccupazione e del mancato reinserimento nel mondo del lavoro. Inoltre, le recenti manovre di finanza pubblica (Spending Review – Patto di Stabilità interno alla Regione che copre anche le spese per i servizi sociali – taglio al Fondo Nazionale delle Politiche Sociali) hanno praticamente azzerato la spesa pubblica destinata a finanziare i servizi socio-sanitari ai cittadini. Tutto ciò si è tradotto non solo in una grave lesione al diritto di essere curati e assistiti – con procedure di accesso ai servizi spesso discriminatorie e senza precedenze – ma anche in una vera e propria “fiscalizzazione dell’assistenza” (con gli utenti chiamati a rimpinguare le casse comunali, compartecipando alle spese dei servizi o sostenendo spesso e volentieri gli aumenti delle tasse).

Allo stato dei fatti auspichiamo una risoluzione delle gravi condizioni in cui versa il sistema di welfare siciliano, ciò anche al fine di favorire la riflessione e il dibattito per la realizzazione di una vera integrazione tra servizi socio-assistenziali e servizi sanitari dedicati alle persone con disabilità e per un adeguamento economico della loro condizione alle reali esigenze della vita. Auspichiamo, inoltre, la centralità del cittadino e della famiglia rispetto ai servizi socio-sanitari territoriali e che vengano rafforzati i percorsi di integrazione per arrivare, quale fine ultimo, a una programmazione mirata che non tenga conto delle sole disponibilità finanziarie ma anche della valutazione del bisogno reale, un bisogno – quello dei cittadini disabili – superiore a quello di altri soggetti (stranieri clandestini compresi) meglio tutelati dallo Stato.