Alla maturità con opere di artisti contemporanei come copertina delle tesi. La nuova moda parte da Agrigento

Sono ormai lontani quei giorni in cui la prova di maturità consisteva in quattro prove scritte più l’orale sul programma degli ultimi tre anni e la commissione giudicante era composta interamente da docenti esterni nominati dal ministro che assegnavano tanti voti quante le materie affrontate.
Da quel lontano 1923 anno in cui Giovanni Gentile introdusse la prova di maturità di cose ne sono cambiate.
La mappa concettuale è diventata negli ultimi decenni l’elemento quasi fondamentale per questi studenti che col passare degli anni da un semplice foglio di carta con gli argomenti graditi si è trasformata sempre più fino a diventare una vera e propria riproduzione artistica realizzata da professionisti nel campo della grafica. La voglia di innovazione o di stupire la commissione giudicante porta questi studenti a non adoperare più una delle opere del proprio passato artistico ma quella di osare fuori dove ancora altri non hanno posato gli occhi, guardando e puntando ai talenti del panorama cultural artistico che li circonda.
Da quest’anno l’innovazione, inaugurando una vera e proprio moda: l’utilizzo di opere di talentuosi artisti locali come sintesi del proprio percorso multiculturale. Molti di questi artisti del panorama siciliano non si sono tirati di certo indietro anzi si sono dichiarati felici di far parte del percorso conclusivo ma nel contempo di contribuire a fare la storia della contemporaneità insieme ai maturandi.
Tra gli artisti siciliani, ambiente da cui parte questa moda, gli occhi dei maturandi si sono posati sui nomi degli già apprezzati e premiati artisti che si sono distinti nel territorio nel campo dell’arte e della cultura.
Gli occhi degli studenti si son posati tra l’altro anche sulle laboriose opere dell’artista aragonese Francesca Graceffa, una tra queste il celeberrimo “Urlo della medusa”, utilizzato per esprimere al meglio il tema della tesi, che con un colpo d’occhio avrebbe dovuto suggerire alla commissione tutto il percorso multiculturale trattato. E così è stato. L’urlo ha incarnato appieno il pensiero della studentessa Carmen Castellana dell’istituto Michele Foderà di Agrigento, ad esempio, il cui personaggio si ricollegava e incarnava al meglio lo stato d’animo che intendeva esprimere.
La medusa diventa dunque il pretesto per raccontare una storia, quella che fra rimandi e collegamenti riporta anche a due precursori del passato: Caravaggio e Munch. Eternamente in fuga il primo dopo l’omicidio di Ranuccio Tommasoni, il secondo cerca l’evasione della società che lo circonda di cui non si sente in sintonia, quei malumori che porteranno allo scoppio della guerra.
Sentimenti che rimandano al Mattia Pascal, protagonista principale del celeberrimo romanzo pirandelliano, riportato come argomento di italiano contenuto nella mappa della studentessa e che sintetizza pienamente il titolo della tesina: “La follia”.
Ma ripercorriamo alcuni tratti delle vicende del protagonista del romanzo pirandelliano.
Mattia Pascal vive in un immaginario paese ligure, Miragno, dove il padre, ha lasciato in eredità una discreta fortuna il cui patrimonio è gestito da un avido e disonesto amministratore, Batta Malagna. Mattia viene costretto a sposare Romilda, la nipote dell’amministratore, e a convivere con la suocera. Infelice per il lavoro che trova umiliante e per il matrimonio che si è rivelato sbagliato, decide di fuggire dal paese e nel treno legge per caso su un giornale che è stato identificato nel cadavere di uno sconosciuto. Approfittando della situazione prenderà dunque l’identità di Adriano Meis e decide di stabilirsi a Roma. Lì si innamora, ricambiato, di Adriana, e sogna di sposarla, ma presto si rende conto che la sua esistenza è fittizia. Infatti, non essendo registrato all’anagrafe, è come se non esistesse e pertanto non può sposare la ragazza, non può denunciare un furto subito poiché è privo di un’ identità. Dopo aver finto il suo suicidio ritorna a Miragno con la sua vecchia identità. Ma nel frattempo la moglie si era risposata e aveva avuto una bambina. Si ritira così dalla vita e trascorre le sue giornate nella biblioteca e ogni tanto si reca al cimitero per portare sulla sua tomba una corona di fiori.
Come il personaggio pirandelliano anche Munch, precursore dell’arte espressionista, non sentendosi in sintonia con la società di cui fa parte fugge e si reca in America dove questo luogo, privo di contaminazioni culturali, da al pittore norvegese la possibilità di esprimere a meglio la propria interiorità. Ma così come il personaggio pirandelliano abbandona questa maschera e ritorna nella sua Oslo (l’allora Christiania) continuando a rimanere ai margini della società, come per la maggior parte dei personaggi pirandelliani, e dove realizzerà le sue più grandi opere che segneranno per sempre il pensiero artistico dei secoli avvenire.
L’allontanamento, l’autoisolamento e a volta la follia sembrano le uniche possibilità di questi personaggi per evadere dalla maschera che la società stessa impone ma nel contempo sono essi stesse, in particolare la follia, altre maschere di cui l’individuo non potrà mai liberarsi, ma del resto essi stessi gli uomini sono “uno, nessuno e centomila” come disse Pirandello.
Tutti questi caratteri sono incarnati nell’urlo della medusa dell’artista siciliana Graceffa che con professionalità sviluppa queste molteplici tematiche dove, l’opera realizzata appositamente come chiara rivisitazione artistica e personale dell’opera munchiana, incarna nei suoi tratti anche elementi lontani dallo stile espressionista come volti e corpi che si ergono nello spazio e dall’ombra prettamente caravaggeschi: la Medusa e altri due personaggi tratti del martirio di San Matteo di cui uno di essi è lo stesso Caravaggio.
Viene da chiedersi il perché l’artista abbia deciso di accostare generi così diversi in età così lontane, il seicento e il novecento rispettivamente per gli artisti Caravaggio e Munch.
L’urlo della medusa risulta un esplosione di stile, l’accostamento di due generi contrastanti, da un lato la perfezione dei corpi illuminati da una luce radente caratteristica dell’arte caravaggesca che si contrappone all’eccesso di spirito decorativo barocco del proprio tempo; dall’altro l’espressionismo che incarna la pittura esistenzialista e drammatica e lo realizza con l’utilizzo di linee spezzate e soprattutto l’accostamento di colori violenti. Ad arricchire il tutto il taglio personale dell’artista che oltre all’ideazione del tutto arricchisce l’opera con sfumature di colore e contrasti più accesi non tralasciando lo sfumato anche nello sfondo ma soprattutto arricchisce la testa caravaggesca della medusa (conservato al museo degli Uffizi di Firenze) di un marmoreo corpo che richiama l’amaro destino agli osservatori di questa povera fanciulla trasformata dalla dea Atena per punizione, in un mostro orribile il cui sguardo pietrifica ogni creatura vivente.
A incarnare il tema della tesina dunque anche la vita dei due grandi pilastri della storia dell’arte che nella loro vita ripercorrono il senso di sofferenza e di irrequietezza immersi in un mondo che non li comprende a pieno sentimento che li avvicina anche a Medusa.
Caravaggio, Munch, Medusa, Pascal, e tutto l’essere umano hanno portato e porteranno sempre una maschera o in termini contemporanei un’etichetta imposta dalla società di cui purtroppo non potranno liberarsi mai, perché quando si pensa di essersene liberati ecco che ne riappare un’altra anche nella pazzia, tema che si ricollega tra l’altro anche a un altro argomento della tesina: la pazzia generale, culminante con il genocidio degli ebrei, che ebbe inizio nel 1935 quando vennero emanate le leggi di Norimberga, principio di una persecuzione che avrebbe portato nel giro di un decennio allo sterminio di sei milioni di ebrei in tutta Europa.

Ma l’urlo della medusa non si ferma a questo, è espressione pura di un sentimento, di uno stato d’animo che chi più chi meno nel corso della vita prova, un qualcosa che trasporta e logora l’animo umano, un qualcosa di distruttivo che mette in dubbio l’integrità dell’essere umano da cui sembra esserci soltanto una via d’uscita, un urlo straziante che logora il colore e la forma e si traduce in delle linee di colori violenti tipici dell’arte drammatica ed esistenziale espressionista, ma a differenza dell’opera munchiana dove i due falsi amici continuano il loro cammino senza comprendere lo stato d’animo del loro compagno, nell’opera dell’artista Graceffa compare un raggio di speranza: uno di quei due uomini che camminano nello scenario si accorge dell’urlo disumano e si volta a guardare la medusa, e non a caso è un’artista, persone che più di altri sono sensibili alle problematiche sociali, e in generale alle vicissitudini nel mondo.
Questo è ciò che in parte incarna l’opera dell’artista Graceffa, vuole dunque rappresentare uno stato d’animo, vuole raccontare delle storie ma vuole essere anche un monito per i fruitori della propria opera come la morale di una fabula fedrica.