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Mons. Montenegro: “No ad una Chiesa ipocrita”

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Tratto da LAMICODELPOPOLO.IT
Oltre 400 i pellegrini della nostra diocesi partiti alle prime luci dell’alba, martedì 15 ottobre in direzione Roma, per ricambiare la visita che il Santo Padre ha fatto alla nostra arcidiocesi lo scorso 8 luglio recandosi a Lampedusa.
La giornata di mercoledì, per i pellegrini agrigentini è stata ricca e densa di emozioni, in mattinata l’Udienza generale del Santo Padre in una stracolma piazza san Pietro mentre nel pomeriggio la celebrazione eucaristica presieduta dal card. Paolo Romeo nella Basilica di san Pietro.
Nella giornata di giovedì un’altra emozione, omaggiare nella Chiesa S. Andrea della Valle il santo palmese san Giuseppe Maria Tomasi le cui spoglie mortali sono lì conservate e celebrare la santa messa, presieduta dal nostro arcivescovo, mons. Montenegro.
“Il nostro pellegrinaggio diocesano – ha detto mons. Montenegro nella sua omelia – ci sta consentendo di vivere alcune tappe molto forti: ieri l’incontro con il Santo Padre e la celebrazione presso la Basilica di San Pietro; oggi qui per fare memoria di un figlio santo della nostra terra e recuperare tutti insieme una profonda nostalgia di santità. Certo, i fatti tragici che si sono consumati nei giorni scorsi a Lampedusa dove, proprio il Papa si è recato lo scorso luglio, non danno un tono di festa al nostro pellegrinaggio; anzi. Esattamente come penitenziale è stata la celebrazione voluta da Papa Francesco anche il nostro pellegrinaggio mi sembra abbia un tono molto penitenziale. Scuote la nostra coscienza il fatto che tante vittime innocenti così spesso e in modo così tragico perdano la vita in mare; ci tocca e ci deve toccare sempre di più la cronaca di casa nostra, specialmente per la tratta di esseri umani che si realizza tra il continente africano e quello europeo, che ha la porta d’ingresso presso la nostra diocesi.
Mentre ci troviamo qui a Roma – ha proseguito mons. Montenegro – abbiamo bisogno di chiedere al Signore il dono, per la nostra diocesi, di una sensibilità nuova, più attenta alla storia, più vicina a ciò che vive l’uomo sofferente, più amorevole nei confronti di tutti e, in particolare dei figli di questo tempo assaliti dalla disperazione, più aperta nella lettura dei segni dei tempi e dei fenomeni che all’uomo distratto sembrano incomprensibili e, invece per Dio hanno un significato molto chiaro.
Il Vangelo che abbiamo ascoltato ci mette in guardia dall’essere una Chiesa ipocrita, che è pronta a caricare sulle spalle degli altri le cose che è necessario fare mentre Lei – come chiesa – non le sfiora neanche con un dito. Sappiamo tutti chi erano gli ipocriti al tempo di Gesù: erano coloro che si mettevano la maschera e andavano a recitare. Ecco, a volte, noi cristiani rischiamo di dare quest’impressione o di cadere in questa trappola. Ci mettiamo la maschera dei buoni e dei pii e poi, però quando ci sono le emergenze o i fatti tragici ci giriamo dall’altra parte e pretendiamo che siano sempre gli altri a risolvere i problemi. Corriamo il pericolo di essere ipocriti quando stacchiamo la liturgia dalla vita; quando facciamo la comunione ma non viviamo nella comunione; quando a ciò che professiamo non facciamo corrispondere le azioni e non riusciamo ad imitare Cristo; quando non ci immergiamo pienamente nelle sofferenze degli ultimi e ci limitiamo a dare giudizi sommari. Non possiamo accettare l’idea di una chiesa ipocrita che magari cura a perfezione le tradizioni del passato mentre trascura gli eventi del presente; una chiesa “da pasticceria o da salotto” – come la definiva qualche giorno fa il Papa – in cui si discute un po’ senza mai arrivare alla determinazione di impegnarsi in prima persona sporcandosi le mani nelle cose che riguardano l’uomo.
Anche a proposito dei fatti di Lampedusa – ha proseguito l’arcivescovo – rischiamo di respirare l’aria pesante dell’ipocrisia. Per noi non possono essere catalogati come semplici fatti di cronaca; non possiamo ragionare con la logica giornalistica che per qualche giorno ne parla e poi se ne dimentica con estrema facilità. Ce lo stiamo dicendo da qualche anno, ma ho l’impressione che ancora non sia entrato pienamente nelle nostre corde: quelle tragedie dobbiamo leggerle con più attenzione; attraverso di esse il Signore ci sta parlando; in modo misterioso, ma ci sta parlando.
Non solo un coltello o una pistola ma anche l’ipocrisia o l’indifferenza possono uccidere. Il Vangelo non ci chiede di risolvere i problemi ma di mettere il cuore dentro i problemi che ci sono e che, spesso, rimangono irrisolti. In questo modo si supera la tentazione dell’ipocrisia e si entra nella logica della solidarietà, del farsi dono, della capacità di piangere con chi piange e di ridere con chi ride.
Sorretti dalla grazia di Dio vogliamo impegnarci con tutte le nostre forze per essere una Chiesa-Sposa, fedele alla volontà di Chi l’ha voluta e redenta. Una Chiesa con lo sguardo proteso sul mondo, in grado di leggere la storia con gli occhi di Dio, pronta ad agire superando le stanchezze o le sicurezze del passato che la fanno assomigliare ad una associazioni di nostalgici più che ad una comunità che vuole vivere il Vangelo senza sconti e senza compromessi”.

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