La cittá dei bambini

alessandro patti

La motivazione principale che mi spinse ad impegnarmi in politica fu molto egoistica ed intima: provare a dare un seppur minimo contributo affinchè Agrigento divenisse, per i miei figli, la loro città elettiva e non il frutto dell’imposizione mia e di mia moglie. Sarò pure banale, ma loro non hanno scelto Agrigento; siamo stati noi genitori a decidere che dovessero nascere e crescere qui. Mia figlia è la vera donna della mia vita; una complicità ed un’intimità fatta di sguardi e gesti solo nostri ed inaccessibili al resto del mondo.

Ma mio figlio……..Vi avevo già confidato di essere marcato a vista da ‘sto tredici lire di cacio: ha voluto presenziare alla mia prima “parlazione” (così l’aveva definita) in consiglio comunale; segue attentamente i lavori d’aula allorquando (raramente, purtroppo) vengono trasmessi in tv; pretende costantemente un resoconto dettagliato. Ritengo di essere un genitore normale, che come tale vorrebbe il meglio per i propri figli. Già, il famigerato e tanto bistrattato “meglio per i propri figli”. Ma in cosa consiste esattamente? Ci rifletto su un attimo, m’assettu e pensu che anch’io sono stato pervaso dalla velleità di stabilire unilateralmente in cosa consista! Certo, magari dalla mia parte pende l’attenuante secondo cui mio figlio ha appena compiuto sei anni; troppo piccolo, pensavo. Quindi tocca a me decidere per lui. Ed invece, guardate cosa mi va a tirare fuori dal cilindro il mio Marcuccio!

L’altro giorno gli ho chiesto di elencarmi innanzitutto alcune cose che, secondo lui, non vanno in città. Risposte letterali (nel senso che le ho trascritte sotto dettatura, così come adesso le riporto a voi): 1) ci sono troppe case che otturano la mia (senza parole! ndr); 2) l’erba delle aiuole è troppo alta (amore, non si calpestano le aiuole!); 3) vorrei che non ci fosse più “sciopero della spazzatura”; 4) non voglio troppo gas che esce dai motorini; 5) vorrei che non ci fossero delinquenti; l’altro giorno hanno scassinato l’armadio della mia scuola (tesoro, non essere così drastico: ti ricordo che sono un avvocato penalista!); 6) vorrei che nessuno parcheggi davanti al nostro garage, sennò mamma non può entrare.

Dopodichè, già sufficientemente basito, gli chiesi cosa vorrebbe che ci fosse. Risposte: 1) vorrei più alberi verdi; 2) alberi di Natale più belli; 3) un parco dove poter fare acrobazie e con tanti scivoli; 4) vorrei che aggiustassero il parco che ho visitato col mio papà (Parco dell’Addolorata, ndr); 5) vorrei più negozi in Via Atenea. A quel punto si fermò. Gli feci notare che, per pareggiare i conti con l’elenco di sopra, sarebbe stato opportuno aggiungere almeno un’altra richiesta. Non l’avessi mai fatto! Mi ha definitivamente sbigottito, dicendomi che vorrebbe….la raccolta differenziata! (N.B.: qui il merito è tutto della maestra Rosalba Schembri e della sua recita di fine anno scolastico, incentrata sul progetto ed anelito di “città pulita”). E’ stato un lampo; una luce. Avevo da poco finito di leggere un comunicato stampa, dal quale apprendevo che il Sindaco vorrebbe convocare “gli stati generali della città” per tracciare le linee guida dell’azione amministrativa. Mi chiesi: ma cu su’ sti generali? Certamente non io, che venni esonerato dalla leva militare. Ed allora ho deciso che, mentre il nostro Sindaco confabula con lo stato maggiore, io provo ad ascoltare i nostri bimbi. Proporrò di istituire anche ad Agrigento il Consiglio Comunale dei Ragazzi, con annesso baby sindaco: carichiamo l’infanzia del fardello dell’uomo di domani, senza riconoscerle alcuno dei diritti dell’uomo di oggi (non è mia, ma del famoso pedagogista Korczak). Canticchio “Cosa farò da grande” di Gino Paoli: “mio figlio ha cinque anni e cinque convinzioni; facendo bene i conti, ne ha cinque più di me……” e ripenso a Korczak, il quale scrisse: “dite: è faticoso frequentare i bambini. Avete ragione. Poi aggiungete: perché bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli. Ora avete torto! Non è questo che più stanca. E’ piuttosto il fatto di essere obbligati ad innalzarsi fino all’altezza dei loro sentimenti, tirarsi, allungarsi sulla punta dei piedi. Per non ferirli”. Alessandro Patti