magna grecia…ovvero se ti do un cannolo a te, perchè mi rifili una creme brulè

Magna Grecia: nomen omen

La riflessione che segue è obbligata e necessaria.

Abbiamo, anche quest’anno, superato la Santa Pasqua, il Lunedì dell’Angelo, il 25 Aprile ed il I maggio: periodi speciali per tanti motivi, ma legati da un denominatore comune, ovvero la calata degli unni (…e degli altri). Ovvero il periodo in cui tanti (ma tanti, ma proprio tanti giovini) tornano a casa, nel Sud Italia isole comprese, dopo essere stati a faticare presso le famose (a volte non per eccellenza degli studi…) e rinomate Università sparse in giro per l’Italia del centro – nord.

Ed insieme a loro anche tanti lavoratori emigrati, di concetto o meno. Tutti ritornano allegramente per passare qualche giorno con le proprie famiglie, il più delle volte portandosi dietro, in questo pellegrinaggio lungo la penisola, amici e conoscenti – ovvero fidanzati ed amanti spacciati come facchini e portabagagli…

Cosa accade di così particolare? Ebbene, si aprono le panze. In altre parole, si assiste al culto e dell’esaltazione dell’ospite, che da noi si estrinseca principalmente a tavola.

Chiunque sia tornato da una visita nel sud italia, al rientro in val padana (o su di lì), porta sempre un bagaglio “a maniglia dell’amore” di almeno un paio di chili, cosa che il più delle volte non capita in direzione inversa. Ebbene, ciò non dipende da una presunta maggiore ospitalità, ma dal modo di dimostrarla.

L’interrogativo che oggi ci occupa, ma non preoccupa, è dunque il seguente: perché nel meridione d’Ialia – o forse in qualunque meridione – l’ospite si “santifica” a tavola? perché il rimpinzare è merito?

Fior di sociologi si sono affascinati al quesito, forse, e dunque anche io posso dire la mia.

Non si tratta di paura della fame, o del ricordo legato alla guerra: chi l’ha vista?

No. È la cultura del simposio – rectius “schiticchio”, integrato dai fasti borbonici del “fare bella figura”.

E tutto per colpa dei Greci. No, non quelli di oggi, che non sono rimasti neppure a pane e olive: parlo proprio di quelli con la G maiuscola, che abbiamo cercato di studiare a scuola.

Nella cultura Classica, lo stare a tavola non era solo un modo per nutrirsi, ma anche, e soprattutto, per discutere e conversare, anche interrogandosi sui massimi sistemi (e siccome si mangiava pesante, con la passeggiata post prandiale è nata la scuola dei peripatetici).

Lo stare a tavola per ore, sotto magari un bell’albero di olivo, con quella temperature già un po’ estiva (ricordo che ancora non erano state inventate la Pasqua, il lunedì dell’Angelo, il 25 aprile e lì1 maggio, per cui si può pensare in termini di primavera inoltrata).

Cosa accadeva? Grande simposio, i meglio filosofi… come facevano a “calarsi” nel necessario stato di trance? La risposta è nel cannolo con ricotta, dagli effetti simili ai cannabinoidi.

Avete mai provato quella sensazione di ottundimento e rilassamento che vi fa pensare solo alle cose belle della vita? Un effetto simile può essere raggiunto solo con un dolce di peso: e dunque, cosa più di un cannolo (o, al limite, una cassata)? Vi immaginate i filosofi che discettano dopo, invece, una creme brulè? Sarebbero diventati stoici, se non addirittura nichilisti.

Le ombre della caverna: ma quale, erano le palpebre che si abbassavano.

Epicuro? Dove lo mettiamo?

Capito perché “magna grecia”?

Ricetta

“Pasta cu puppu” (pasta con il polpo)

Spettacolare piatto della cucina mediterranea

Servono

Polpo ½ Kg

Pelato 1 scatola

“Astratto” di pomodoro n. 1 cucchiaio raso

1 cipolla media (o mezza cipolla grande, oppure due cipolle piccole…)

olio sale pepe peperoncino poco pochissimo

un cucchiaino di zucchero

prezzemolo

pasta almeno 400 gm corta, di qualunque tipo… ma le penne no, vi prego…

1 bicchiere colmo di vino bianco.

Bene, per cominciare, bevete mezzo bicchiere di vino bianco. E siamo già a metà dell’opera.

Pulite il polpo, sciacquandolo bene – quindi prima telefonate al gestore idrico – e toglietegli il becco e la parte interna della testa, che metterete da parte.

Tagliate la cipolla sottile sottile. Se non volete piangere, dopo averla “pelata” mettetela sotto l’acqua per qualche secondo. Ma siccome un bel pianto liberatorio fa bene ogni tanto… futtitivinni.

Mettete un fondo d’olio nella padella, uno spicchio d’aglio in camicia, e soffriggete la cipolla fino a farla “imbiondire”  -se vieme con “mesciata” è lo stesso. A quel punto gettate il polpo nella padellina, dopo averlo tagliato a pezzetti di massimo 2 cm (la testa ad anelli), avendo cura di togliere prima l’aglio.

Dopo un paio di minuti di rosolamento a fuoco altissimo, anche tre, sfumate con il mezzo bicchiere di vino bianco, aggiustate di sale e pepe, abbassate la fiamma, e fate sobbollire per 1 minuto. A questo punto mettete anche i pelati, che avrete scolato dell’acqua e spappolato con una forchetta, e cuocete a fuoco basso per 30 minuti con un coperchio. Mescolando ogni tanto.

Dopo i trenta minuti mettete l’estratto, mescolate bene, e fate cuocere per altri 10 minuti.

Terminato, mettete lo zucchero e spegnete il fuoco sempre mescolando.

Attenzione, il risultato non deve essere eccessivamente liquido, per cui nel caso fate cuocere a fuoco alto per qualche minuto senza coperchi – e senza schizzare tutta la cucina – scherzavo, a fuoco basso, sennò dovete pulire fino alla camera da letto.

Questo è il condimento.

Come fare la pasta non lo dico… potete restare a digiuno (comunque un pizzico al dente)

Vi dico però che quando la pasta è stata scolata, accendete di nuovo il padellone con il condimento e buttateci la pasta: padellate, lasciate amalgamare, spegnete e servite.

Come accompagnare questo primo piatto, ma ovvio… con il vino bianco che vi dovrebbe essere rimasto, se ne avevate almeno una bottiglia. Altrimenti stappatela.

Alla salute…

p.s.: se invece del polpo vi rifilano un totano, io non c’entro. E se fate scuocere la pasta… meglio che non lo venga a sapere.