Mons. Montenegro: «Questa terra l’ho amata e continuo ad amarla»

Tratto da L’Amico del Popolo

Il 17 maggio è ricorso il secondo anniversario dell’inizio del ministero episcopale nell’Arcidiocesi di Agrigento di mons. Francesco Montenegro.

Lo abbiamo incontrato per tracciare con Lui un bilancio di questi due anni di permanenza tra noi.

Il 17 maggio è ricorso il secondo anniversario della sua nomina a vescovo di Agrigento, volendo tracciare il percorso di questi due anni quali per Lei le tappe più significative?
Tra le date più significative sicuramente l’Anno dell’ascolto. Questo mettersi a guardare alla propria vita passata in una proiezione futura; credo che questa scelta di riflessione e di ascolto sia stato apprezzato dalla gente. Momenti forti sono state anche le assemblee che abbiamo vissuto insieme ed avere tracciato quelli che devono essere i binari su cui camminare nel futuro: la comunione, la missione e la formazione.

Il primo anno, come lei già ricordava, è stato caratterizzato dall’“Ascolto”, culminato nell’Assemblea (di Villaseta) e nella consegna alla diocesi delle linee guida (comunione, missione e formazione) per il piano pastorale 2009-10. Quanto è stato recepito?
Credo che ancora sia presto per poter dire cosa sia stato e cosa non sia stato recepito,in questo momento si sta lavorando affinchè il Piano Pastorale e le sue linee guida, possano essere mentalizzati da tutti. É chiaro che non è un cammino facile e non mi riferisco soltanto ad Agrigento ma in generale è una questione di Chiesa, di una missione di Chiesa comunione tra le comunità all’interno delle comunità. C’è un salto da fare e questo salto richiede che ognuno scopra la fedeltà al Vangelo e che poi la viva nella vita pratica di ogni giorno. Una fatica, questa, che la Chiesa e la nostra Chiesa, sta facendo anche in sintonia con il cammino di tante altre comunità e tante altre diocesi. Questo tempo e queste difficoltà non devono spaventare, un cambiamento di stile richiede sempre sacrificio, difficoltà nell’affrontare l’incertezza del futuro e paura di ciò che si lascia, ma come dicevo, non si deve essere spaventati.
Uno dei temi che sta portando avanti, negli incontri con i presbiteri e laici, è quello spinoso delle unità pastorali, sfida e meta del piano pastorale. Si sta realizzando una sintonia progettuale a vari livelli della diocesi o saremo costretti alla realizzazione delle unità pastorali dagli eventi futuri visto il calo numerico delle ordinazioni presbiterali?
Io non collegherei le Unità Pastorali con il calo delle vocazioni e dunque dei preti anche se, è chiaro il collegamento e non si può negare. Ma, proprio in virtù di quanto detto prima, questa visione di Chiesa diversa non può che non portare alle Unità pastorali. Da tanti individualismi, dalla frammentazione si dovrà arrivare ad un lavoro di insieme che si chiamerà Unità pastorale, ma potrebbe chiamarsi anche in un altro modo, ma il suo significato resta sempre quello di uno stile di Chiesa diverso. Ritengo che noi non possiamo, guardando alla corsa che il mondo va facendo in avanti, continuare a proporre una visione di Chiesa, un po’ ferma un po’ bloccata, abbiamo bisogno di individuare come mettere la “marcia in più” che non serva per inseguire il mondo ma per camminare insieme a lui. Ecco che quindi le Unità pastorali diventano lo strumento affinchè, in questa comunione, possiamo tenere un po’ il passo anche degli uomini di oggi.

I presbiteri ma anche i laici, come vedono l’avanzamento verso le unità pastorali, come un cercare di togliere loro un “potere” acquisito o invece una possibilità per arricchirsi?
Il problema non è come le unità pastorali vengono viste dai presbiteri e dai laici ma quello che, il mondo di oggi ed il Vangelo chiedono a loro ed a tutti quanti noi. Se ci mettiamo davanti a quanto ci viene chiesto da Dio e dagli uomini, aldilà di quello che io, laico o presbitero, vedo, devo farlo tenendo presente la fedeltà al Vangelo, raggiungere questo traguardo sarà faticoso però, allo stesso tempo, è una fatica da fare e se la nostra fedeltà al Vangelo significa amore per l’uomo, e per amore, lo sappiamo bene, si accetta qualunque fatica.

Fin da subito lei si è ritenuto agrigentino essendo passati due anni dal suo arrivo le chiediamo come un’istantanea sulla nostra realtà ecclesiale e sociale.
Sono agrigentino e voglio esserlo. Questa terra l’ho amata da subito e continuo ad amarla, ma è chiaro che, come in ogni altra parte del mondo essa ha i suoi aspetti positivi e negativi. Ritengo che, come Chiesa, abbiamo bisogno di confrontarci più con il territorio, questa è una necessità, proprio per evitare di essere staccati da quello che la gente vive. Questo territorio, come dico sempre, ultimo della fila, siamo in fondo all’Europa e di questo essere indietro ne risentiamo, ha bisogno di una spinta, di persone che vogliano investire nel meglio, che credano di più in loro stessi, che riscoprano determinate potenzialità, ma soprattutto che sentano la voglia di cambiare qualcosa. Quello che noto è una certa forma di rassegnazione, “ormai è così”, ma la storia non si costruisce in questo modo, dobbiamo tenere a mente, che, in fondo alla strada, può esserci una svolta, dobbiamo avere il coraggio di vedere come continua la strada. Come Chiesa e come territorio non possiamo vivere nella rassegnazione. Come credenti abbiamo bisogno di sentire lo Spirito che è dentro di noi, che ci anima, che ci parla, dobbiamo sentire che, questo territorio lo abitiamo noi, ci appartiene, lo costruiamo e rendiamo migliore noi e non possiamo permettere che altri lo facciano al posto nostro. Prendere consapevolezza di diventare protagonisti della propria fede e della propria storia questa la via di svolta.

In questi due anni quali cambiamenti ha potuto scorgere nella vita sociale, politica ed amministrativa della nostra diocesi sia essi positivi che negativi?
Credo che la storia si possa paragonare ad un viaggio in automobile con il suo susseguirsi di rettilini, improvvise fermate, sensi obbligati che, delle volte, possono farci apparire il viaggio più lungo, ed alcune volte si scopre anche che, l’altra strada era migliore rispetto a quella scelta. Ebbene credo che si possa determinare, segnare e progettare il cammino che si vuole intraprendere soprattutto se è un cammino complesso. Due anni sono pochi ma allo stesso tempo tanti. Quando, ad esempio vedo che, in certe comunità c’è tanta vitalità, una riscoperta dell’altro, del servizio dell’uomo, comprendo che c’è qualcosa che va avanti, altre volte si presentano, invece, delle situazioni che rallentano il passo generale, ma soltanto alla fine vedremo dove ci avrà condotto il cammino. In questi anni i segnali positivi ci sono stati, questo non si può negare e non lo dico solo tanto per confortarci, forse, quello che ci manca è avere avere un po’ più di coraggio.

Nella sua riflessione del venerdì santo, in p.zza Pirandello, ha focalizzato la nostra attenzione sui temi che hanno come soggetto ed oggetto la famiglia. Dal suo punto di vista come sta la famiglia agrigentina?
Forse ho voluto sottolineare quei problemi perché probabilmente davanti alla famiglia si mette una tendina più o meno trasparente, per dare l’impressione che tutto vada bene, che tutto funziona quando, in realtà bisogna guardare meglio dentro. Quando avverti che c’è violenza, disagi dovuti alla situazione economica, alla difficoltà di convivenza, o al difficile rapporto genitori e figli ti accorgi che bisogna dare più attenzione senza dare tutto per scontato. Oggi molti ragazzi sono allo sbando, molti sono messi ai margini, tanti i ragazzi che cercano qualcosa ma ai quali, noi adulti non riusciamo a trasmettere nulla, le famiglie prese dalle difficoltà economiche, cercano di produrre di più per avere di più ed in questa corsa alla produzione saltano le relazioni, uscendo allo scoperto le violenze, il non rispetto, i tradimenti, il sopportarsi a vicenda. Una maggiore attenzione è necessaria e la famiglia deve ritornare ad essere al centro dell’attenzione della Chiesa anche se dovrebbe esserlo anche di più all’interno della società.

In questi due anni ha incontrato, nelle scuole e nei luoghi di aggregazione, giovani, adolescenti e fanciulli, speranza e preziosa risorsa della nostra terra. Che cosa la colpisce di queste giovani generazioni, che cosa le hanno trasmesso nei numerosi incontri?
Tanta vitalità e vivacità anche se, ogni volta che vado nelle scuole, o nelle occasioni che incontro giovani mi sovviene una stretta al cuore. Voi dicevate “il futuro della nostra terra” ma quando mi trovo con quei ragazzi mi chiedo “quanti di questi resteranno in questa terra?” È questa l’ombra che, tante volte, si frappone tra me e l’incontro tra i ragazzi, il pensiero che ci sia una riserva di vita, di pensiero, di giovinezza che questa terra potrebbe avere e sapere che molti di loro se ne andranno. E pensando a loro, a questi giovani che andranno via, mi sorge un po’ di paura, il più delle volte è il migliore che deciderà di andare via perchè più coraggioso, allora mi chiedo questa terra che cosa merita? Perché deve avere una ricchezza tale e poi non ne deve approfittare? Guardando ai giovani noi adulti dobbiamo comprendere che abbiamo, nei loro confronti, delle responsabilità; dobbiamo pensare di più a questa terra ed al modo per far rimanere questa linfa vitale rappresentata dalle nuove generazioni.

Per quale motivo, secondo lei, la terra agrigentina è detta l’“irredimibile”?
La terra agrigentina, sta vivendo una situazione difficile come del resto tutto il meridione. Da noi questo disagio è più accentuato, ci troviamo in una terra priva di quelle che potrebbero essere risorse. La nostra provincia ha una viabilità da far paura, le comunicazioni con l’esterno sono difficoltose, ai quali si aggiunge la crisi del settore agricolo, il turismo che non si riesce a caricare di quella tensione apportattrice di ricchezza. Venendo a mancare tutto questo ecco che, la gioventù è costretta ad andare via. Nel meridione forse, c’è una politica che non è molto attenta, delle volte è litigiosa, altre è più preoccupata di salvare l’immagine del partito che di operare per il bene comune, delle volte ci sono degli interessi particolari che fanno perdere di vista gli interessi comuni. Una politica, delle volte instabile, ogni giorno ci chiediamo “oggi cosa accadrà”?, senza una grande progettazione o una vera progettazione, un darsi un traguardo e poi cercare di raggiungerlo, un vivere alla giornata, cambiando programma diverse volte, sopravvivere, tutto questo influisce sul territorio e sui suoi abitanti. E così, con questo vuoto creato dalla instabilità della politica, chi ha voglia di fare qualcosa non sa su chi poggiarsi a chi rivolgersi. Qui ad Agrigento siamo penalizzati perché non si è riusciti a creare una struttura solida di convivenza che possa creare delle possibilità economiche e culturali che riescono a riscattarci facendoci uscire dai margini in cui siamo stati relegati.

Un augurio per questo nuovo anno di mandato nella nostra diocesi?
Convincerci che essere cristiani, ed è un augurio che faccio soprattutto a questa chiesa, è bello, può sembrare uno slogan da nulla ma se risentiamo la bellezza di un Dio che agisce, che opera, che vive dentro di noi, e che vive con noi, cammina con noi, forse ritroveremo lo stesso slancio dei due di Emmaus o degli apostoli chiusi nel cenacolo, quando ritroveremo quello slancio costruiremo comunione e missione. A questa terra l’augurio è che possa, davvero, essere consapevole non di trovare ricchezze ma di essere una ricchezza. Siamo ricchi di tante cose e se aprissimo gli occhi riusciremmo ad apprezzarle trovando il modo per convertirle in bene comune