“Non si può ancora morire con una smorfia sul viso”. Lo psicologo in hospice ad Agrigento

hospice“Non si può ancora morire con una smorfia sul viso, con dentro un’inutile rabbia, con questo terrore e senza uno scopo preciso…” cosi recitava il testo “Cancro” scritto nel 1976 dal grande Giorgio Gaber ed è il “terrore” lo stato d’animo che prova chi si ammala irrimediabilmente e chi deve convivere ogni giorno col pensiero della morte.

Il cancro e altre gravi patologie producono inevitabilmente nei malati tali paure e forti momenti di crisi, di smarrimento e un serio confronto con la propria situazione personale.

I progressi nelle scienze mediche offrono tecniche e strumenti necessari ad affrontare gli aspetti fisici. Tuttavia, non sempre è possibile trovare una cura per ogni malattia, e, di conseguenza, negli ospedali e nelle strutture sanitarie di tutto il mondo ci si imbatte sovente nella sofferenza incurabile.

A tale scopo, oggi si ricorre sempre più all’utilizzo di cure palliative, le quali sono in grado di lenire le pene che derivano dalla malattia e di aiutare le persone inferme a viverla con dignità. Tuttavia, accanto alle indispensabili cure cliniche, occorre offrire ai malati gesti di vicinanza, di comprensione, di conforto e di costante incoraggiamento, accompagnandoli nel processo di cambiamento che la malattia implica e nel percorso del “morire”. Questo importante servizio è offerto e  scrupolosamente realizzato negli Hospices.

Ma che cos’è un Hospice?

Il termine inglese “Hospice” designa una struttura sanitaria residenziale per malati terminali.  Essa è di solito situata all’interno di strutture ospedaliere o viene gestita direttamente dalle Aziende sanitarie; si tratta di un luogo d’accoglienza e ricovero temporaneo, una sorta di prolungamento e integrazione della casa del paziente, dove, mediante un approccio sanitario solistico, ci si “prende cura” della persona nel suo insieme.
Diverse professionalità operano al suo interno: si tratta di equipe multidisciplinari costituite da medico, psicologo, infermiere, operatori tecnici e socio-sanitari addetti all’assistenza, assistente spirituale e volontari.

Tutto questo perchè il malato terminale non è un paziente come gli altri, ha intrapreso un percorso il cui esito è già noto e deve poter trascorrere il tempo che ha a disposizione con dignità e, se possibile, senza sofferenze fisiche, emotive e psicologiche. E’ quindi necessario assicurare cure palliative adeguate, dispensate da personale opportunamente formato.
La presenza dello psicologo in Hospice è principalmente indirizzata all’assistenza del paziente, del familiare e al sostegno psicologico dell’equipe. Lo psicologo interagisce in maniera diretta con il paziente e i suoi familiari, partecipando con l’equipe alla visita di reparto e/o effettuandola in maniera individuale. I familiari possono richiedere direttamente colloqui con lo psicologo o essere consigliati a farlo dal medico di reparto.

L’assistenza ai familiari può  continuare se questi lo desiderano anche dopo il decesso del congiunto (counselling al lutto).

Per quanto concerne l’equipè il rischio maggiore a cui è esposta è lo stress cronico o “Burn-out”, in quanto le emozioni quotidiane, generate dalla sofferenza altrui possono causare uno stato di black-out mentale, dove l’unica difesa possibile risulta essere il cinismo e l’indifferenza.

Ad Agrigento l’Hospice ( Clinica del Dolore Giovanni Paolo II ) si trova presso l’ASP di Contrada Consolida ed è in attività dal 1°ottobre 2003. Per chi desidera informazioni si può consultare il sito: http://www.agrigento-hospital.it/hospice.htm

L’Hospice garantisce ospitalità per tutte quelle patologie allo stadio terminale che necessitano di cure palliative fornendo assistenza specialistica medica, infermieristica, ausiliaria, psicologica, spirituale.

Acconto alla figura dello psicologo si sono alternate negli anni quelle di psicologi-volontari che cercano di portare in reparto il sostegno e l’ascolto per i malati e per i familiari che li assistono quotidianamente.

Io in questi mesi ho conosciuto tante persone, tante storie, tutte diverse fra loro: molti  non ce l’hanno fatta, ma se entri in un reparto del genere il concetto di CURA non deve più coincidere con guarigione ma con sostegno e accompagnamento  possibile:

I primi giorni sono molto complessi perchè ti senti impotente, perchè ti immedesimi molto ma poi impari qual è la giusta distanza e riesci a gestire le emozioni negative.

Cerchi di dare “risposte” ai bisogni del paziente e a quelli dei suoi cari mantenendo una vicinanza emotiva: entri nelle loro stanze e questo è per loro un aiuto perchè c’è una presenza che attenua il senso di solitudine e di vuoto che per definizione si associa alle parole morte e fine.

La notizia della fine della vita fisica porta con sé notevole confusione e un tumulto crescente di emozioni, che sconvolgono totalmente la routine quotidiana sia dell’interessato che di coloro che lo circondano. E’ quindi fondamentale mantenere o ricreare una buona comunicazione con il paziente e tra il paziente e i suoi familiari/amici, portare un clima allegro e positivo che può essere d’aiuto per tutti. Questi sono i momenti in cui la qualità delle reti familiari e amicali diviene più importante di qualsiasi altro farmaco.

*Valentina Licata  Psicologa volontaria ASP1 Agrigento