La Mendola: “La stabilità di Agrigento passa per gli ipogei”

rino-la-mendolaAgrigento, per una serie varia di miracoli sangerlandiani e sancalogerini, continua a rimanere al suo posto, sebbene, nel corso degli anni, sia stata interessata da diversi cedimenti e frane.

In un periodo in cui non si fa altro che discutere e litigare per la realizzazione di una via di fuga dalla zona della Cattedrale, che i cittadini della zona rivendicano in maniera forte ed immediata, abbiamo voluto incontrare il capo del Genio Civile di Agrigento, per farci spiegare quali sono i motivi per cui la città sarebbe a rischio frana e quali sono gli eventuali i principali interventi che il territorio richiede.

Architetto La Mendola, qual è il problema di Agrigento

Non vorrei alimentare ingiustificati allarmismi: credo che la gente sia sin troppo spaventata  dalle dichiarazioni provenienti dagli addetti ai lavori; tuttavia non si può disconoscere che gran parte  del centro storico è stato costruito su un banco calcarenitico della potenza media (spessore) di circa 30-40 metri, che si immerge in direzione sud e che poggia sulle argille di base del pliocene superiore. Tale banco calcarenitico  è fortemente fratturato e le sue porzioni  si muovono in modo disarticolato, generando tensioni sulle soluzioni di continuità, che, in corrispondenza degli edifici soprastanti, si traducono in un quadro fessurativo di difficile consolidamento.  E’ il caso della catterdrale, del Seminario , del Palazzo Vescovile, di Piazza Don Minzoni e di tutto ciò che è costruito lungo questa frattura.

Quindi sono queste fratture che determinano le lesioni sui fabbricati. Ma non c’è il rischio che i blocchi si allontanino troppo tra loro e possa determinarsi uno scivolamento verso valle?

Per fortuna, questo banco calcarenitico è attraversato da una serie di strati argillosi che non sono continui, ma caratterizzati da eteropia; questo, di fatto, ha sempre impedito che i vari strati di calcarenite possano scivolare  in funzione della plasticizzazione delle argille interposte.

Architetto, lei ha un cruccio, un pallino, chiamiamolo così.

Se si riferisce agli ipogei, posso dirle che non si tratta né di un cruccio né tanto meno di un pallino; si tratta della consapevolezza che le condizioni idrogeologiche del sottosuolo agrigentino, che è attraversato dagli ipogei,  non sono affatto rassicuranti.

Ricordiamo che gli ipogei   sono dei cunicoli  sotto l’antica Akragas, scavati, secondo Diodoro Siculo, dagli schiavi cartaginesi catturati dagli Acragantini dopo la battaglia di Imera del 480 A.C., per raccogliere le acque piovane filtrate in profondità e per creare quindi una rete idrica sotterranea che potesse soddisfare le necessità della città. Nel tempo tali ipogei, il cui sviluppo altimetricamente segue il contatto tra il letto delle calcareniti superficiali ed il tetto della prima  intercalazione argillosa, hanno assunto la funzione di raccogliere  le acque  meteoriche filtrate in profondità  (acque sotterranee), convogliandole verso valle. Ciò, di fatto,  riduceva notevolmente la quantità di acqua  che permeava in profondità sino a raggiungere le argille di base, minimizzando i fenomeni  di plasticizzazione di suddette argille  e scongiurando conseguentemente i rischi di scivolamento a valle del  superiore banco di calcarenite su cui sorge  il centro storico.

Come mai oggi questi ipogei non svolgono più tale ruolo?

Gran parte di suddetti  ipogei, durante l’ultimo secolo,  sono stati purtroppo manomessi e addirittura interrotti;  l’importante rete per la circolazione di acque sotterranee, costruita nel 480 aC, si è dunque trasformata  in una serie di pericolose cavità sotterranee, che continuano a raccogliere le acque (per porosità delle calcareniti); acque che non riescono più a drenare verso valle, finendo per appesantire il versante e per  recitare, dunque un ruolo opposto a quello per i quali erano stati creati. Peraltro, le volte di tali ipogei spesso crollano progressivamente , avvicinandosi  sempre più alla superficie, con il rischio di procurare il cedimento di ciò che sta  in superficie: fin quando questo accade sotto la superficie stradale o sotto una scala, non succede magari nulla di drammatico. Ma se dovesse crollare la volta di un ipogeo sotto un palazzo, non oso immaginare cosa potrebbe succedere.

Cosa c’è da fare?

È una situazione particolarmente difficile ed io, come capo del Genio Civile, ho dovuto dare un taglio al silenzio su questo problema, redigendo, in collaborazione  con gli esperti di cui l’Ufficio dispone, una relazione sulla problematica, ed invitando le istituzioni preposte, e quindi l’assessorato alle infrastrutture ed il Governo, a prendere in considerazione l’attivazione di uno studio di dettaglio sul sottosuolo Agrigentino , utilizzando anche speleologi e professionalità idonee, per potere  prima rilevare tutte le cavità del sottosuolo e successivamente redigere un progetto esecutivo per consolidare la rete degli ipogei, ripristinandone, ove possibile, la loro funzione di drenaggio delle acque , filtrate in profondità.

A tutto questo bisognerebbe aggiungere il consolidamento delle testate calcarenitiche a Nord e Nord-Ovest  (su via S.Stefano), versante in cui da tempo è in atto un monitoraggio della protezione civile.

Soltanto così  potremmo pensare ad un futuro sereno per Agrigento, altrimenti  prima o poi pagheremo  a caro prezzo la nostra atavica  superficialità.