Un caso “letterario” di malattia mentale: l’Enrico IV di Pirandello

logo_aspIl 9 febbraio si è svolta ad Agrigento la giornata di preparazione al 47° Convegno internazionale di studi pirandelliani che avrà luogo dal 6 all’8 dicembre 2010. L’incontro, tenuto dai Professori Enzo Lauretta e Stefano Milioto sull’argomento oggetto dell’evento (Quel che il teatro deve a Pirandello), ha registrato presenze di licei non solo Agrigentini (Empedocle, Majorana e Politi) ma anche della provincia (Canicattì, Bivona, Favara, Menfi) e di Mazara del Vallo.

Il lucido sguardo pirandelliano sulla realtà, che registra la crisi degli ideali positivistici ottocenteschi, crisi di verità, di ragione e di coscienza, individua nella pazzia uno degli spiragli al soffocante vivere quotidiano, dando vita ad emblematici personaggi.

Nell’ambito della produzione teatrale sicuramente l’Enrico IV rappresenta uno dei drammi più significativi.

Il testo, ambientato nel primo novecento, racconta di un nobile che, durante una cavalcata in maschera con alcuni amici, cade a terra e sbatte la testa per l’improvviso impennarsi del suo cavallo, provocato da Belcredi, suo rivale nel conquistare l’amore di Matilde. Per la forte commozione cerebrale resta fissato nel personaggio che si era scelto, ovvero l’imperatore di Germania Enrico IV (la cui figura aveva peraltro ossessivamente studiato). Dopo vent’anni egli continua a vestire i panni di Enrico IV nella sua villa solitaria abbigliata da castello imperiale, pur conservando da circa otto anni la coscienza della propria identità. Un giorno un affezionato nipote gli manda un medico alienista nella speranza che possa guarirlo. Si presentano da lui lo psichiatra, Matilde con la figlia Frida e Belcredi, amante da molti anni di Matilde. Quando Enrico IV rivede nel volto di Frida quello della donna amata vent’anni prima, sconvolto dall’emozione, dopo aver confessato la verità sulla sua salute mentale, trafigge con la spada il rivale Belcredi, rinunciando per sempre a rientrare nella normalità.

La pretesa simulazione di pazzia di Enrico IV è stata oggetto di un accurato studio da parte del Dott. Carmelo Nobile (ex direttore dell’ospedale psichiatrico di Agrigento e fautore, sull’onda della riforma Basaglia, della chiusura dei manicomi e dell’apertura dei centri di salute mentale) che perviene a sorprendenti conclusioni. Il lavoro (Un paranoico omicida: Enrico IV di Pirandello), pubblicato nel 1965 per le edizioni Minerva Medica, analizza le notizie anamnestiche contenute nel testo del dramma per le quali Enrico IV già prima dell’infortunio presentava una personalità nettamente paranoide. Ulteriori considerazioni, tra le quali quella che Enrico IV pretende di essere guarito spontaneamente ed improvvisamente dalla pazzia dodici anni dopo l’infortunio, orientano lo specialista verso una particolare lettura del caso. La clinica psichiatrica documenta infatti che le caratteristiche della pretesa guarigione di Enrico IV non potrebbero mai verificarsi nella realtà.

Il fatto più grave del dramma del personaggio è la sua decisione di <<fare il pazzo>> che definisce una vera e propria mitomania.

Il mitomane non è un volgare simulatore, non si limita a  dire consapevolmente delle menzogne, ma vi si immedesima del tutto con lo scopo di soddisfare la propria fantasia e, nel desiderio di assumere una parte che invece la vita gli rifiuta, recita la commedia non solo davanti agli altri (come fa il comune isterico) ma soprattutto davanti a sé stesso (come fa appunto Enrico IV).

Ma il mitomane grave per un fenomeno auto-suggestivo diventa vittima delle proprie menzogne, cosa che spiega il tono di convincimento e la violenta reazione all’altrui incredulità, come appunto accade per Enrico. La mitomania, costituita in un primo momento da una patologica volontà di fingere, con il passare del tempo si evolve nella necessità di fingere.

L’interpretazione psichiatrica della personalità e del delitto di Enrico IV elaborata dal Dott. Nobile non coincide con quella di Pirandello stesso, contraddicendo anche quella formulata dalla critica letteraria. Si potrebbe dire che il personaggio, creato dalla penna dello scrittore, a un certo punto gli sia sfuggito di mano per dotarsi di vita e patologia proprie.

Diremo allora, con le parole dello psichiatra peraltro da poco scomparso, che Enrico IV non uccide spinto dal sopravvento della vita reale sulla finzione […], ma è proprio la sua finzione mitomaniaca e delirante – divenuta per lui indispensabile, come la droga per l’intossicato – a trascinarlo di forza al delitto, che perciò costituisce il più autentico trionfo del delirio e della mitomania: l’insperato e sconsolatamente amaro trionfo della finzione sulla realtà, dell’apparenza sulla verità, della maschera sul volto dal quale volevano strapparla.