Il dissesto dei centri storici visto dal geologo

Si stanno spegnendo i riflettori sulla tragedia di Favara, l’ultimo evento di una catena che ha colpito e ferito la nostra regione svelandone tutte le sue fragilità. Fragilità ben note, sulle quali si è a lungo dibattuto senza trovare soluzioni definitive. Favara, con le sue vittime e con il suo lutto cittadino, ha riproposto prepotentemente la questione dei Centri Storici, patrimonio culturale e storico su cui si fondano le nostre stesse identità, degradati fino al totale abbandono. Case fatiscenti che diventano il rifugio di tanti disperati, nell’indifferenza di una società politica e civile che non ritiene conveniente investire nel recupero di questi quartieri. Perché dobbiamo ammettere che intervenire sui centri storici significa intervenire su più fronti. Le case che crollano non sono solo il frutto di una cattiva manutenzione da imputare ad imprudenti proprietari, ma la combinazione micidiale di molteplici fattori, che da città a città cambiano secondo le peculiarità proprie di ogni territorio. Ad Agrigento, ad esempio, parlare di centro storico vuol dire fare un gigantesco salto all’indietro nella memoria. Una memoria che recupera dal sottosuolo incredibili percorsi di ipogei di greca tradizione, insieme a numerose ed antiche cisterne dimenticate, le cui volte – mai monitorate – potrebbero cedere provocando ingenti danni agli edifici soprastanti. I centri storici scontano anni di interventi antropici approntati senza scrupolose investigazioni del sottosuolo, senza mappature che restituissero una radiografia fedele di quanto esiste sotto i nostri stessi piedi. Né mai si è dato adeguata considerazione alla consistenza geologica di tanti ambienti, a volte in dissesto naturale, altre volte in dissesto indotto da scellerate azioni di edilizia. Oggi si parla di recupero, una parola che nasconde numerose insidie: quella che più ci riguarda da vicino è l’assenza di piani che a monte prevedano uno studio analitico e completo del sottosuolo, che tenga in debito conto le specificità di ogni singolo contesto urbano. La pianificazione delle tattiche di riqualificazione non può prescindere da questo approccio preliminare in cui noi giochiamo un ruolo decisivo, anche se la concretizzazione di questo sistema articolato a segmenti successivi mal si adatta ad una consapevolezza ancora immatura delle nostre competenze. La più recente cronaca, da Giampilieri a Sciacca, da Porto Empedocle a Caltanissetta, dimostra quanto è importante gestire il territorio con criteri geologici e geotecnici diversificati. Abbiamo il compito ed il dovere di spingere in questa direzione, facendo impegnare risorse adeguate alle indagini del sottosuolo perché non esiste una regola ed un’azione che vada bene per tutto, ma un ampio ventaglio di opzioni che debbono essere studiate e modulate in modo da sostenere uno sviluppo in armonia con le caratteristiche proprie della nostra terra.

Dott. Geol. Giovanni Noto

Consigliere Ordine Regionale dei Geologi di Sicilia