Abusivi ed espropri, la testimonianza di Gesua Natalello

natalello-abusivaGesua Natalello non ha pace. Da quando tre funzionari della sovrintendenza sono arrivati a casa sua per notificarle che ha perso i terreni, le sembra di vivere un incubo. Siamo andati a trovarla per raccogliere la sua testimonianza. Ci porta a vedere i suoi terreni. Afferra un pugno di terra e ci dice, con tanta sofferenza: “In queste zolle c’è il nostro sudore. Quello della mia famiglia, ma anche quello di mio padre e di mio nonno. Adesso vengono loro con le carte bollate e vengono a togliere tutto. Come se qui ci fosse il loro sudore”. Poi ci porta sin dentro casa: ”Questa non me l’hanno ancora espropriata, mi hanno detto. Hanno fatto le foto. Ma non ci hanno fatto firmare nessuna carta che riguarda la casa. Ma se tornano a levarmela, giuro che da qui devono portarmi via morta. Perché solo morta io esco dalla mia casa”.

Terra e casa, la roba della famiglia Alletto-Natalello una delle tante a cui è prima arrivata la lettera che notifica l’immissione in possesso del demanio regionale dei loro beni immobili e poi, due giorni fa sono arrivati tre funzionari della sovrintendenza. “Sono entrati nei miei campi, hanno preso misure, hanno fatto un sopralluogo, ci hanno fatto firmare una carta e sono andati via. Ci hanno detto che non siamo più i proprietari del terreno, ma possiamo fare una domanda per averlo in concessione. Ero qua con tutta la mia famigli: mio marito e i miei quattro figli che sono nati e cresciuti tra queste mura e hanno giocato per anni in questa campagna”. Una casa di ricordi e di sacrifici: “Tante volte rinunciavamo persino a qualche divertimento, a qualche distrazione per mettere da parte i soldi e comprare i mattoni. Cosa ne sanno loro. L’abbiamo costruita mattone per mattone mio marito, che un muratore, io e mio figlio, che oggi è un geometra”.

La signora Gesua ci racconta che vive in questa contrada da sempre, da qui partiva, bambina, per arrivare a scuola, al Viale della Vittoria, incamminandosi a piedi lungo una trazzera, la regia trazzera di Palma. Luoghi, nomi, a noi sconosciuti e forse anche ai funzionari venuti a farle firmare le carte che le tolgono tutto. Ma familiari a lei, alla sua famiglia. “Non sono solo delle cose che ci tolgono. Qua ci sono tutti i nostri sogni. So quando è stato piantato ognuno di questi alberi. Come abbiamo messo su le quattro stanze della mia casa. Vede questa casetta qui accanto. E’ stata costruita da mio padre nel 1918, quando è tornato dalla guerra. Quella non possono levarcela. Perché è nata 50 anni prima della frana. Ma io la domanda per la casa popolare l’ho fatta. Non me l’hanno data. La casa no, la terra neppure. Cosa vogliono che andiamo a vivere in mezzo alla strada ? Ma che leggi sono queste ?”. Domande quelle di Gesua che da cinquant’anni attendono risposte chiare e definitive.