L’inchiesta che ha portato al sequestro del nosocomio

finanzieriEra il cinque marzo quando la procura della Repubblica di Agrigento iscriveva 22 persone, fra tecnici, funzionari, manager dell’azienda ospedaliera, progettisti ed imprenditori, nel registro degli indagati per l’inchiesta sulla qualità dei materiali usati per la costruzione del nuovo complesso ospedaliero di contrada Consolida ad Agrigento. Tra i reati ipotizzati l’associazione per delinquere, l’abuso di ufficio, l’omissione di atti di ufficio, il favoreggiamento e la truffa. L’inchiesta, coordinata dal procuratore della Repubblica Renato Di Natale, sembrò subito una indagine gemella a quella che aveva già riguardato il cemento utilizzato per la costruzione di un padiglione dell’ospedale Sant’Elia di Caltanissetta. Gli avvisi di garanzia, all’inizio di marzo, furono emessi dopo una perizia disposta dalla procura dalla quale emersero le gravi carenze nella qualità dei calcestruzzi usati per alzare, cinque anni prima, la struttura. Le prove tecniche, cosiddetti “carotaggi”, realizzate in ogni punto dell’ospedale San Giovanni di Dio avrebbero evidenziato, in particolar modo, che il calcestruzzo utilizzato era “depotenziato” cioè con una alta percentuale di sabbia e dunque fin dai primi sondaggi non è mai stato escluso un alto rischio di crolli. Il perito Attilio Masnata nominato dalla procura già alla prima tranche di rilievi presentò una relazione tecnica preoccupante: secondo il perito l’ospedale non poteva essere collaudato e doveva, dunque, essere dichiarato inagibile. Fin dalle battute iniziali dell’inchiesta, dopo i primi rilievi tecnici, la guardia di finanza di Agrigento e la procura si erano detti in attesa degli esiti delle perizie per valutare l’opportunità o meno di un sequestro della struttura.